Le terapie della fibrillazione atriale
Farmaci, cardioversione elettrica e ablazione transcatetere: conoscere le principali opzioni terapeutiche può aiutare a comprendere meglio il percorso di cura della fibrillazione atriale.

La fibrillazione atriale è un’aritmia che coinvolge gli atri cardiaci. È caratterizzata da un'attivazione elettrica anomala di queste due camere del cuore che si contraggono e rilassano troppo velocemente e in modo scoordinato. La conseguenza sono pulsazioni irregolari e un ritmo cardiaco anche oltre i 175 battiti al minuto. Come conseguenza, la gittata cardiaca, cioè la capacità del cuore di pompare il sangue ai diversi organi, si riduce.
A cosa serve la terapia della fibrillazione atriale e come si sceglie
Quando la fibrillazione atriale tende a scomparire da sé, si parla di fibrillazione atriale parossistica. In molti altri casi può essere necessario intervenire, anche se va detto che la condizione è spesso molto resistente alle terapie.
L'obiettivo della terapia è quello di stabilizzare la frequenza cardiaca, ma anche di prevenire la formazione di trombi come conseguenza di un'alterazione dei flussi ematici dentro e fuori il cuore.
La terapia varia in funzione della tipologia di fibrillazione atriale, della presenza di altre patologie cardiache e delle condizioni generali del paziente.
I trattamenti possono essere farmacologici, elettrici o chirurgici.
Le terapie farmacologiche per la fibrillazione atriale
La terapia farmacologica della fibrillazione atriale prevede l'impiego di alcune tipologie di farmaci a seconda delle indicazioni cliniche e quindi della condizione del paziente.
Farmaci per stabilizzare l'attività cardiaca
Possono essere prescritti principi attivi betabloccanti e calcioantagonisti con lo scopo di mantenere un ritmo cardiaco il più possibile normale.
Farmaci anticoagulanti
La fibrillazione atriale espone a rischio di trombi, causa di ictus. Per evitare questa evenienza i pazienti, specie quelli ipertesi, diabetici, con scompenso cardiaco o anziani, sono sottoposti a terapia con principi attivi anticoagulanti, che riducono il potere coagulante del sangue prevenendo la formazione dei trombi.
Fino ad alcuni anni fa esisteva un solo principio attivo impiegato a questo scopo, che però imponeva al paziente di effettuare regolari esami del sangue per valutare la risposta clinica e adattare il dosaggio in funzione degli esiti.

Oggi, grazie agli anticoagulanti orali diretti (DOAC), questa esigenza non c'è più e il dosaggio individuato dal cardiologo resta di fatto immutato nel tempo.
Cardioversione farmacologica
Questa terapia consiste nell'assunzione di farmaci che agiscono sui meccanismi elettrici del cuore riportando il ritmo alla norma. Devono però essere somministrati subito dopo il primo episodio di fibrillazione atriale, altrimenti non hanno efficacia.
La terapia elettrica: la cardioversione
La cardioversione elettrica consiste nella somministrazione di scariche elettriche in grado di resettare il ritmo cardiaco.
Viene impiegata generalmente nei pazienti che non rispondono ai farmaci, nelle fibrillazioni atriali parossistiche e persistenti. Il paziente, in regime di day hospital, viene sottoposto a uno shock elettrico in sedazione profonda per mezzo di un defibrillatore: piastre appoggiate al torace emettono corrente continua sincronizzata con l'attività elettrica del cuore.
Le percentuali di successo nel ripristinare il ritmo regolare sono comprese tra il 70% e il 99%.

Occorre qualche accortezza per sottoporsi a questa procedura, ad esempio il giorno dell'intervento potrebbe essere necessario sospendere la terapia farmacologica in corso.
Inoltre, il paziente deve presentarsi in ospedale a digiuno da solidi e liquidi.
La procedura è sicura e solo in alcuni casi possono verificarsi alcune conseguenze, comunque facilmente gestibili. Tra queste, si possono riscontrare bruciature sulla pelle nel punto di contatto con le piastre del defibrillatore, anomalie del ritmo cardiaco, riduzione della pressione arteriosa.
L'opzione chirurgica mininvasiva: ablazione transcatetere
Esiste anche una terapia chirurgica, l'ablazione transcatetere. È una procedura mininvasiva, che consiste nella distruzione di cellule anomale nell'atrio sinistro che generano l'aritmia. Si tratta di una modalità risolutiva che elimina la fibrillazione atriale in modo definitivo, in percentuale variabile tra il 75% e il 90% dei casi.
L’ablazione transcatetere è eseguibile sia in anestesia locale che generale. La procedura è indicata generalmente nei pazienti che non hanno tratto beneficio dalla terapia farmacologica, ma solo in quelle forme di fibrillazione atriale causate da anomale attivazioni elettriche.

L’operatore inserisce un catetere, generalmente partendo dall'inguine, per procedere fino al cuore. Sulla punta del catetere è presente un dispositivo in grado di emettere energia a radiofrequenza in grado di distruggere, cicatrizzandola, la piccola area cardiaca che genera l'impulso anomalo alla base della fibrillazione atriale.
Per guidare il catetere il medico oggi si ricorre a tecniche di fluoroscopia, dunque senza l'uso di raggi X, che gli permettono di muoversi lungo i vasi e di identificare il punto su cui intervenire.
Siamo di fronte a una terapia sicura, tuttavia potrebbero emergere alcuni rischi come:
- danni ai vasi sanguigni;
- danni cardiaci, in presenza di problemi tecnici specie quando l'anatomia delle cavità cardiache è complessa;
- formazione di coaguli o trombi, che tuttavia sono facilmente controllabili con l'uso di anticoagulanti durante l'intervento.